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Pcb: la Caffaro non è la sola responsabile dell'inquinamento nel bresciano

«L’inquinamento da diossine nel bresciano resta legato allo stabilimento della Caffaro, anche se ad oggi sussistono altre fonti di rischio come lo smaltimento del fluff (gli scarti non ferrosi delle automobili), la dismissione degli oli usati, il trasporto dei rifiuti, la fusione nelle acciaierie di materiali ancora contenenti Pcb. È un problema ancora vivo, ad un ventennio dalla fine della produzione di policlorobifenili di una delle più importanti industrie chimiche della zona, quello della contaminazione di suolo e acque in città e provincia». Così il direttore del dipartimento di Brescia dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, Luigi Filini, ha esordito al convegno “La prevenzione dei rischi da Pcb. L’esperienza dell’Asl di Brescia”, organizzato l’11 giugno dall’Azienda sanitaria locale con la collaborazione delle Regione e il patrocinio dell’Arpa della Lombardia. È tornato, dunque, sotto i riflettori un caso che nel 2001 ha fatto aprire un’inchiesta della magistratura sulla contaminazione da Pcb di suolo e acque, e fatto nascere un comitato tecnico- scientifico composto da esperti in campo tossicologico, ambientale, epidemiologico e clinico, che ha mobilitato, insieme con Regione e Azienda sanitaria, anche l’Arpa.

Categoria: Aggiornamenti Tema ambientale: Nessuno


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